L'ultima valle del turismo globalizzato

Sono reduce da un week-end di vacanza in Alto Adige con la mia compagna e per la precisione nella bella Valle Aurina. La suddetta valle, priva di valichi carrabili verso l’Austria, è la più a nord dell’intera provincia di Bolzano (nonché di tutta Italia!) ed è caratterizzata da un lungo fondovalle costellato da piccoli paesini, per lo più con nomi di santi, sopra i quali si impennano prima ripidi prati e boschi costellati da stupendi masi e poi maestose cime.
Pensavo, andando in questi posti, di poter godere di un ultimo avamposto di natura incontaminata, dove il turismo di massa non aveva ancora lasciato i suoi inconfondibili e devastanti segni. Purtroppo ho dovuto ben presto ricredermi.
Premetto che sono un amante dell’Alto Adige, dove - grazie alla vicinanza - quando posso mi reco sempre volentieri e che spesso porto ad esempio nei campi più svariati: dall’attenzione verso l’a mbiente, all’ospitalità nelle zimmer, dalle ciclabili, alle piscine, ecc. Ed è così che il primo impatto con la “nuova mentalità” della valle l’ho avuta in bel maso nella Valle di Rio Bianco, dove chiedendo uno strudel con crema di vaniglia, il simpatico gestore mi faceva giustamente notare che la vaniglia non aveva nessuna tradizione nel Sud-Tirolo, ma era solo un’invenzione degli ultimi anni. Ho incassato molto volentieri l’osservazione e ho ordinato lo stesso lo strudel, peccato che lo stesso mi sia stato servito in un bel piattone modello gran ristorante (molto poco consono per una malga) con a fianco una bella “guarnizione” costituita da una fetta di arancio. Che forse in Alto Adige in passato si producessero arance?
Uscendo, un po’ perplesso, notai con disappunto come stonavano nel contesto del posto una serie di ombrelloni riportanti il marchio di una nota birra bavarese (almeno fosse stata tirolese) sulla bella terrazza in legno della malga, prima che l’occhio mi scapasse su un’ incredibile serie di ponti e ponticelli tibetani arrocati sugli alberi li vicino. Se c’è un luogo dove poter andare “all’avventura” questo è proprio la montagna, allora mi chiedo perché doverla creare in modo artificiale? Questa mentalità rientra molto poco nella cultura della gente di montagna, ma molto più in una cultura consumistica che vuole offrire al turista un prodotto precostruito e soprattutto retribuito.
Ma la cosa più sconcertante è avvenuta di li a poco quando lungo un sentiero abbiamo dovuto “dare la precedenza” a due giovanissimi ragazzotti (il più grande non arrivava a 10 anni) in sella ad un rumoroso quanto pericoloso mini-quad, e qui penso che il fatto si commenti da solo.
La sera, a Luttago, il paese dove abbiamo soggiornato in una confortevole “zimmer”, c’era la festa del paese e lungo la via principale erano stati allestiti dei punti di ristoro dove si potevano degustare specilità tipiche tirolesi, ma non c’è potuto sfuggire come le patate lesse servite a fianco degli imancabili wurstel provenissero da squallidi bidoni in latta, alla faccia della genuinità dei prodotti locali! Ma, ahimè, le note stonate non sono finite qui. Il giorno successivo, siamo andati alla scoperta della valle, imbattendoci poco prima di Predoi in un cantiere stradale con un notevole impatto ambientale per l’allargamento della strada. Considerato che un chilometro dopo Predoi si arriva a Casere e qui finisce la valle, mi chiedo se una strada del genere era proprio così indispensabile.
La nostra giornata, fra passeggiate per malghe e visita di paesini, si è conclusa la sera a Campo Tures, che è il maggior centro della Valle Aurina. Il paese è ormai diventato in un tutto e per tutto una “mini città”, con tutti i suoi pro (per i turisti) e i suoi contro (per coloro che pensano di trovare un “semplice” paese di montagna), al punto che non si trova un solo locale dove mangiare una gulaschsuppe, ma in compenso si trovano senza problemi gli stessi menù che si potrebbero trovare in un ristorante a Milano o Roma. Gamberetti in salsa rosa compresi!
Potrei andare avanti, ma penso che quanto detto sia già più che sufficiente per capire che globalizzazione e consumismo hanno fatto il loro ingresso anche nell’ultima delle valli (non in quanto a bellezze naturali!) e per quelli come me amano la natura e i posti semplici e tranquilli è stato un bel pugno allo stomaco. Con non poco sconforto, ne prendo atto: “quoque tu, Alto Adige”.

lettera pubblicata sulla prima pagina dell' "Alto Adige" dell' 1 agosto 2007

ragazzini in quad lungo i sentieri in valle del Rio Bianco