agnelessa

Sono le 6.00 di un sabato mattino di metà marzo quando parto per una gita mattutina senza troppe pretese nel “mio” Lagorai.
Sono solo in questa breve avventura, ma tutto sommato mi sta bene così, visto che non devo convincere nessuno a farsi una levataccia per una semplice gitarella “nel giardino di casa”.
C’è chi ritiene che lo scialpinismo non vada praticato in solitudine: io non sono di questo avviso. Non è la soluzione che prediligo, ma ogni tanto non la disdegno, anzi, talvolta la trovo stimolante.
In una gita solitaria però cerco sempre di alzare il livello di sicurezza, prediligendo itinerari su neve trasformata, in modo da limitare al minimo le (brutte) sorprese.
Per questo mi sono disegnato un percorso su versanti sud ed ovest con partenza da Suerta, ma quando arrivo con la macchina a quell’assurda urbanizzazione a quota 1400, mi ritrovo davanti agli occhi un paesaggio desolante costituito di soli prati … non che mi aspettassi distese di lenzuoli bianchi, ma nemmeno un disastro del genere!
Mestamente giro la macchina e per un attimo la tentazione è quella di tornare a casa, poi mi viene in mente che non più di una settimana fa nella vicina Val Calamento l’innevamento era molto buono, lì è tutto rivolto a nord non può essere sparita!
Quando parto sci ai piedi da Malga Valtrighetta non so ancora dove andare, di sicuro non ho nessuna intenzione di ripercorrere tutta la noiosa forestale fino a Malga Cagnon come il sabato precedente e così appena intravedo un ponticello che attraversa il Torrente Maso mi ci dirigo senza indugi.
Sul ponte ci sono la bellezza di tre cartelli: uno di “proprietà privata”, uno di “divieto di praticare lo scialpinismo” e il terzo che segnala che il “ponte è pericolante” … trovare ben due divieti per entrare in un bosco mi irrita non poco e così decido che l’unica cosa che può separarmi dall’altra sponda potrà essere il ponte che mi crolla sotto i piedi!
Il ponte è con me. Non crolla.
A questo punto penso che potrei fare la Val dei Boi, a destra e sinistra del Col omonimo, in su da una parte e in giù dall’altra. Forse ci scappa anche una bella sciata! Non so di preciso dove si entra nella valle, ma sicuramente troverò una traccia da seguire.
Non faccio tempo a lasciarmi il torrente alle spalle che mi ritrovo in un bel bosco incredibilmente innevato e vergine. Senza tracce.
Comincio a salire tracciando piacevolmente in una quindicina di centimetri di neve fresca, il bosco si fa sempre più rado, non mi sembra di essere nella val dei Boi, ma vista la conformazione non sono nemmeno nella valle proibita: la Valtrigona. Non sono ancora un ‘clandestino’!
Non ho nessuna voglia di tirar fuori la cartina e così decido di procedere fino a quando non troverò qualcosa che me lo impedirà.
La mia marcia non trova ostacoli e quando esco dal bosco mi si presenta davanti una bella valletta terminante su due forcellette, per una logica geografica, punto senza indugi a quella di destra.
La salita si fa sempre più ripida, ma salgo leggero e senza fatica, fermandomi solo di tanto in tanto a guardare le zeta lasciate dai miei sci lungo tutta la valle.
Quando arrivo sulla selletta un caldo sole di primavera mi da il benvenuto e davanti a me si apre un panorama idilliaco.
Riconosco solo il Monte Pastronezze di fronte a me … forse è venuto il momento di fuori la cartina! Individuo senza dubbi la mia posizione, sono su una bocchetta senza nome a quota 2028 che divide Pisterno, la valle percorsa, dall’Agnelezza, la valle proibita.
Mi sento un po’ come Heinrich Harrer al suo arrivo in Tibet …
Calo una quarantina di metri dalla selletta e inforco una valletta sotto le creste cercando il percorso più logico per salire alla serie di elevazioni sulla mia mappa senza nome, ma che alcune guide chiamano il Tornion dell’Agnelessa.
Mi fermo su quella più alta, il panorama è bellissimo, in giro non c’è nessuno.
Mi godo intensamente il momento: il sole, la neve, la solitudine.
Dalle nuvole basse che opprimono la Valsugana emergono delle isole di rocce, è così surreale che mi sembra quasi un paesaggio da romanzo fantasy.
Qui sono ci sono arrivato, adesso è il momento di scegliere da dove scendere.
Ho davanti a me tre alternative: rifare lo stesso percorso della salita, ma c’è l’handicap di dover risalire alla forcella; andare verso la destinazione iniziale, quello che qualcuno chiama il piccolo Tibet, e scendere per la Val dei Boi, ma la partenza dalla cresta mi fa un po’ paura; oppure scendere per la Valtrigona, dove però sarebbe vietato fare scialpinismo.
Scarto la prima ipotesi per pigrizia, la seconda per sicurezza e scelgo la terza. La Valtrigona.
Sono una persona che ama la natura e cerco di difenderla in tutti modi, ma i divieti in montagna non mi piacciono proprio e così decido di infrangere le regole.
Fanculo al divieto!
Quando inforco la discesa sul versante orientale del Tornion, le solette dei miei sci si ritrovano ad accarezzare un firn della miglior specie, quando mi fermo e guardo indietro vedo 200 metri di serpentine consecutive … che sciata ragazzi!!!
Ma non è finita, ora la valle gira dritta a nord e se tanto mi da tanto dovrei trovare la stessa farina trovata nella valle parallela percorsa in salita!
E dopo un po’ di crosta intermedia eccola l’amata polvere e giù a ricamare curve!
Purtroppo la farina finisce prima del previsto ma viste le premesse oggi non mi posso proprio lamentare!
In breve arrivo a Malga Valtrigona dove uno stendardo bianco con il panda nero mi ricorda che sono pur sempre un “fuorilegge delle nevi”, ma chissene frega …
E invece no.
Eccolo là quello che gliene frega! Un tipo vestito di grigio spunta da dietro la malga e mi chiede se sono al corrente che in questa valle è vietato fare scialpinismo. Non ci credo: colto sul fatto, come un bambino con le mani nella marmellata!
Sono convinto che sia un forestale e che adesso oltre alla ramanzina mi aspetti anche una bella multa.
Faccio il finto tonto, dico che non ne sapevo nulla, che sono salito dal val dei Boi, che se devo scendo senza sci … mi sembra di essere uno studente che cerca giustificazioni per non aver studiato: che vergogna!
Il personaggio che si rivela essere un esponente del WWF e non un forestale, è molto cordiale e mi spiega i motivi del divieto.
Mi dice che i galli cedroni e i galli forcelli passano l’inverno sotto la neve e si spaventano se sentono passare gli sciatori e scappano e scappando si debilitano e se si debilitarsi troppo potrebbe essere per loro fatale …
Mi consola il sapere che uno sciatore singolo difficilmente crea problemi, ma mentre torno alla macchina la mia posizione sull’ingiustizia del divieto comincia a perdere convinzione. Ho rapporto un po’ personale con il rispetto delle regole, di alcune regole, ma forse questa volta mi devo ricredere.
Poco dopo tornato alla macchina, vedo far ritorno anche il signore del WWF, allorché mi dirigo verso di lui confessandogli che sapevo del divieto, anche se non conoscevo l’esatta perimetrazione e che mi ero ritrovato lì più per errore che per premeditazione.
Quello che è seguito è stata una chiacchierata fra persone di buon senso e si è conclusa con un saluto cordiale.
Sono partito per fare una gita, come tante, ma sono tornato con una lezione. Come poche.
Ognuno è libero di fare ciò che vuole, io comunque non tornerò più in Valtrigona con gli sci.

la Valtrigona